Melanie Pullen - High Fashion Crime Scenes
Roberto Barzi - 10.10.2007

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Melanie Pullen è un’artista dallo sguardo malizioso e i capelli biondissimi. Il suo curriculum di fotografa inizia nel 1992, ma solo dopo pochi anni sfonda con la serie High Fashion Crime Scenes, in cui ritrae delle giovani morte violentemente, ma vestite con abiti firmati “Gucci”, “Prada”, “Bulgari”, “Chanel”.

Melanie Pullen è un'artista dallo sguardo malizioso e i capelli biondissimi. Il suo curriculum di fotografa inizia nel 1992, ma solo dopo pochi anni sfonda con la serie High Fashion Crime Scenes, in cui ritrae delle giovani morte violentemente, ma vestite con abiti firmati “Gucci”, “Prada”, “Bulgari”, “Chanel”.
C.S.I. - Los Angeles Police Department, così si sarebbe dovuta intitolare l'intrigante esposizione della giovane, timida, riservata fotografa statunitense Melanine Pullen (New York, 1975) che si tiene presso lo “Spazio MiCamera” di Milano.
Alla Pullen “piace” ritrarre le finte, quanto elegantissime spoglie di giovani donne, perite nelle maniere più raggelanti. Lo fa con grande inclinazione tecnico/emotiva, riproducendo scene del crimine tangibili, ma soprattutto vestendo le sue modelle/vittime con abiti griffati - la Pullen è anche una fotografa di moda -, tanto che una delle immagini esposte s'intitola appunto Prada.
La serie presentata High Fashion Crime Scenes si basa sulle reali e coinvolgenti fotografie dello schedario del dipartimento della polizia di Los Angeles, nonché su quelle, ancora più tenebrose, dell'ufficio del Coroner della sua contea che l'artista americana ha studiato fin nei loro più insignificanti particolari, per ricrearne in seguito l'effetto reale della morte - il Grande sonno di Chandleriana memoria - nelle proprie performance su pellicola.
Il raccapricciante, il lugubre e la morte stessa sembrano essere diventati ormai una tendenza sempre più affascinante nel mondo dell'arte, nonché della moda. Damien Hirst, col suo teschio di diamanti, è il caso più recente quanto illustre dell'ultimo periodo. Perfino la “Biennale” di Venezia ha riflettuto su queste tematiche dalle atmosfere malsane. Per chiudere questo cerchio mediatico ci si è messo pure il design, con un cuscino creato a macchie di sangue che sembrerebbe essere stato progettato appositamente per una delle tante impressionanti scenografie della fotografa americana.
Ebbene, gli scatti di Melanine Pullen, per quanto possano apparire a prima vista così insolenti, sono invece diventati ormai un “cult”. Ella trae, come già accennato, la propria capacità creativa dall'archivio del “Los Angeles Police Department”, cui si dedica a trasfigurarne le immagini. Delle rappresentazioni dalle atmosfere gelide o al contrario molto calde, anzi hot, inserite in collocazioni iperrealistiche, in cui il baricentro è rappresentato dalle belle donne morte ammazzate oppure suicidatesi, pur sempre con modalità raffinate.
Per la soppesata quanto eccellente tecnica hanno influito in modo davvero rilevante la sua predilezione per il “rock” e per il cinema d'autore: Godard, Truffaut e Kubrick in particolare. Però, secondo il modesto punto di vista dello scrivente, la Pullen sembrerebbe essersi pure ispirata al regista Howard Franklin, autore dell'interessante pellicola cinematografica L'occhio indiscreto - The Public Eye, (Usa 1992), in cui Joe Pesci interpretava, sotto le spoglie di Leon Bernstein, il celebre fotografo di cronaca nera Wegee (Arthur H. Pelling, Austria 1899-New York 1968). Lo si potrà meglio percepire comparando l'immagine Rebecca della fotografa con quella di Weegee Paddywagon.
Si osservino ora le portentose rappresentazioni di Melanine Pullen Choo, RedPhone, Cavilla, Phones, Stairs, nonché l'omaggio riservato a Michelangelo Antonioni CloseUp. Si potrà così notare che la crudeltà insita in Bottles, come nelle sue altre immagini si stempera nella tecnica usata dalla giovane artista: il flou di Choo, la luce caravaggesca in CloseUp, l'iperrealismo di Phones, la scenografia studiata e ristudiata per Stairs rendono le visioni della Pullen un breve ma intenso compendio della storia dell'arte, del cinema - La scala a chiocciola - e della fotografia. Oppure, tornando a Rebecca, pare riprendere sia per tecnica sia per stile quella della collega suicida Francesca Woodman, in Hanging e Edwards 2.
Le sue opere diventano quindi una meticolosa ricostruzione di scene “Vintage” di delitti realmente avvenuti, nelle quali tuttavia le vittime sono state sostituite da femmine fatali, modelle, perfino attrici - Rachel Miner e Juliette Lewis, solo per citarne un paio - vestite con abiti e accessori d'alta moda. Tutti questi dettagli richiedono al fruitore una attenta oculatezza nel distogliere lo sguardo dalla barbarie del delitto per trattenerlo invece sulle caratteristiche delle immagini. Come ha confermato la stessa Pullen: “Ho cominciato a ricreare scene di delitti per molte ragioni, una di queste è che rappresentano una storia completa: ciascuna è una fotografia perfetta, uno scatto che coglie il momento finale.
Se guardi attentamente, ogni scatto racconta sempre una storia. Credo sia la ragione per cui, così tanti fotografi sono rimasti affascinati da questo soggetto negli anni '40 e '50. Nel ricreare le scene del crimine ho inserito degli elementi di distrazione. Il mio obiettivo era che l'osservatore deviasse lo sguardo, focalizzando l'attenzione sui dettagli e solo in ultimo sul delitto in sé.” Non si tratta quindi di pubblicità gratuita alle case di moda, bensì della collocazione di un elemento chic nella pur sempre presente “Crime Scenes”. Ciò nonostante tutti gli scatti che il pubblico potrà accuratamente visionare hanno richiesto, per la loro realizzazione, un “entourage” di sessanta persone fra sceneggiatori, truccatori, stilisti, modelle e attrici perfettamente vestite con abiti e ornamenti ricercati.
Melanie Pullen
High Fashion Crime Scenes
“Galleria MiCamera”
Milano
Via Medardo Rosso, 19
Curatori: Flavio Franzoni, Giulia Zorzi
Dal 18.09.2007 fino al 17.11. 2007
Orari: da Mercoledì a Sabato dalle ore 10.00 alle ore 13.00 e dalle ore 16.00 alle ore 19.00
Biglietti: ingresso libero
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