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A settant'anni dalla mostra dell'«Arte degenerata»

Roberto Barzi - 12.09.2007 testo grande testo normale

«Dobbiamo intraprendere una guerra spietata di epurazione, una guerra di annientamento contro gli elementi disgregatori della nostra cultura!» Con queste parole Adolf Hitler, il 18 luglio 1937, inaugurò un'esposizione di pitture e sculture intitolata Grosse Deutsche Kunstausstellung, svoltasi presso la Casa dell'Arte Tedesca, a Monaco di Baviera.

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«Dobbiamo intraprendere una guerra spietata di epurazione, una guerra di annientamento contro gli elementi disgregatori della nostra cultura!» Con queste parole Adolf Hitler, il 18 luglio 1937, inaugurò un'esposizione di pitture e sculture intitolata Grosse Deutsche Kunstausstellung, svoltasi presso la Casa dell'Arte Tedesca, a Monaco di Baviera.
Si trattava di una raccolta di circa 600 opere in cui erano raffigurati uomini muscolosi e risoluti pronti a combattere, donne sinuose e levigate destinate a procreare le nuove generazioni di guerrieri: questa era la vera arte ariana, «forte, bella», che tanto piaceva ad Hitler.
E per «insegnare» al popolo tedesco cosa non si doveva invece considerare arte le venne contrapposta una mostra itinerante - della durata di quattro anni - che, partita contemporaneamente dall'Istituto Archeologico della stessa città, rimase da allora il simbolo più bieco della cultura nazista: quella denominata Entartete Kunst, o dell'«Arte degenerata», un insieme di opere composte da un'accozzaglia di «ebrei, bolscevichi, dilettanti».
Fu così che seguendo l'invito perentorio di Adolf Ziegler - un mediocre pittore, presidente della Camera per l'arte del Reich - «Popolo tedesco, giudica tu stesso!», la maggior parte dei teutonici poté, in molti casi per la prima volta, osservare alcuni dei maggiori risultati dei «maestri» dell'avanguardia europea e confrontarli con i «capolavori» degli artisti del regime sopravalutati, il più delle volte, dal Führer e dai suoi accoliti.

Colpiti dall'ira hitleriana furono dunque ben 650 gioielli dell'arte europea, visti complessivamente da oltre tre milioni di visitatori. Vennero così esposte al lubridio del popolo non solo le migliori opere degli espressionisti o le tendenze astrattiste del Bauhaus, ma anche quelle di artisti ebrei, soggetti d'ispirazione religiosa ed altre in cui erano chiari gli influssi dell'arte primitiva o africana. Fatale, quindi, che accanto ai lavori di Kirchner, Munch, Grosz, Dix, Nolde, Chagall, Klee... accatastati gli uni sopra gli altri alla rinfusa, in una regia espositiva che mirava a penalizzarne maggiormente il valore, vi apparissero anche quelli di Van Gogh, Picasso, Ensor... e persino di de Chirico e Savinio.
I capolavori che erano stati, fino a pochi anni prima, il vanto dei curatori museali e delle maggiori gallerie della Germania, in molti casi apprezzati perfino da alcuni gerarchi nazisti, vennero poi biecamente esposti con il prezzo di quanto erano costati allo Stato. Emblematici, ad esempio, i casi di Edvard Munch, amato fino ad allora da Goebbels, curatore dell'«immagine» dei nazionalsocialisti, e Otto Dix, il pittore prediletto da von Ribbentrop. Ma il volere del Führer era sacro e così anche loro apparvero tra i «degenerati» e, successivamente, venduti - ed erano i casi più fortunati - in aste come quella organizzata a Lucerna dalla Galleria Fischer o ai musei svizzeri, su idea dello stesso Goebbels, che scrisse poi sul suo diario «così almeno tireremo fuori un po' di soldi da quella spazzatura.»

I responsabili della cultura del Reich non sembravano avere però chiare idee sulle loro risorse intellettuali e sul concetto stesso di «arte degenerata». Nei primi giorni delle due esposizioni accadde infatti che tra le opere degli «artisti degeneri» apparissero anche delle sculture, poi ovviamente ritirate, di Rudolf Belling, lo stesso artista presente nella tanto declamata mostra ufficiale con un bronzo dedicato al celebre pugile Schmeling.
Come può ancor oggi stupire la viltà della propaganda nata intorno a questo progetto che mostra una volta di più l'aberrante timore del regime didattoriale nei confronti della cultura, che non comprendendeva: l'aver contrapposto le pagine di Paul Schultze-Naumburg che affiancavano le foto di uomini deformi a quelle di opere di Modigliani e Schmidt-Rotluff, come se la supposta deformazione artistica fosse comparabile a quella del corpo offeso.
Famosa divenne all'epoca una battuta, in una commedia di Hans Johst, che molti gerarchi nazisti fecero propria: «Quando sento parlare di cultura, tolgo la sicura alla pistola».
Puntarono quella pistola, ma alle loro stesse tempie in un atto di suicidio morale ancor prima che intellettuale.



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