La gita milanese di Pietro Lorenzetti. Mostra o pubblicità?

Alessia Guadalupi - 09.02.2007 testo grande testo normale

Tags: pietro, lorenzetti, musei senesi, milano

Il milanese che si trovasse a passare in questi giorni per via Santa Margherita e alzasse lo sguardo dal grigiore dell’asfalto, interrompendo per un attimo il tipico passo spedito - che da secoli lo contraddistingue - di chi ha da badare ai suoi affari, verso la sede del Monte dei Paschi di Siena, rimarrebbe stupito dalla presenza di quadri in vetrina.

Il milanese che si trovasse a passare in questi giorni per via Santa Margherita, breve slargo che conduce da piazza Cordusio a piazza della Scala, e alzasse lo sguardo dal grigiore dell'asfalto, interrompendo per un attimo il tipico passo spedito - che da secoli lo contraddistingue - di chi ha da badare ai suoi affari, verso la sede del Monte dei Paschi di Siena, rimarrebbe stupito dalla presenza di quadri in vetrina.

Ma non quadri qualunque: quattro tavole a fondo oro provenienti direttamente dal territorio senese e di mano nientemeno che di Pietro Lorenzetti, del Maestro dell'Osservanza, di Sano di Pietro e di Matteo di Giovanni.

Si tratta di opere provenienti dalla rete dei Musei Senesi, arrivate a Milano per l'iniziativa promossa dalla banca del Monte dei Paschi di Siena per "promuovere l'arte e il territorio toscano" in terra lombarda, e in particolare valorizzare la rete dei musei sparsi sul territorio senese. Un progetto in tre tappe: "La terra", "L'arte" (in corso, fino al 15 febbraio) e "L'archeologia".

La "regina" di quest'esposizione è certamente la Madonna col Bambino di Pietro Lorenzetti, acquisita dal Museo d'arte sacra della Val d'Arbia a Buonconvento dopo una fortuita e affascinante scoperta. La tavola era infatti conservata da sempre nella sua prima sede, la chiesa di San Bartolomeo a Castelnuovo Tancredi, ma occultata sotto una pesante ridipintura e due corone in lamina argentea, che la facevano sembrare un banale e lezioso ex-voto settecentesco. Nessuno sospettava che sotto la pellicola moderna si celasse un capolavoro di Pietro Lorenzetti; e possiamo immaginare l'emozione della restauratrice incaricata di svolgere un intervento conservativo sulla tavola, Elena Pinzauti, mano a mano che il rosa sordo e i panneggi corsivi lasciavano spazio agli incarnati sapientemente modulati dalla luce e alle delicate stoffe lorenzettiane dai serici riflessi; sotto la piatta stesura d'oro del fondo emergevano inoltre le preziose punzonature delle aureole.
Sul retro della tavola era svelato l'arcano: una scritta attestava il "restauro" ad opera del pittore senese Niccolò Franchini alla data 1757.

Come ha sottolineato Anna Maria Guiducci, direttrice della Pinacoteca Nazionale di Siena, l'attribuzione a Pietro, incontrovertibile se si osservano i caratteri della tavoletta, è supportata dal fatto che il pittore frequentasse proprio le campagne intorno a Castelnuovo negli anni intorno al 1340, lasciando numerosi lavori nelle chiese di quel territorio (uno per tutti, gli affreschi della chiesa di Castiglion del Bosco, la sua ultima opera documentata, datata 1345).

La Madonna di Pietro campeggerà nella vetrina milanese, assieme alle sue "cugine" quattrocentesche, fino al 15 febbraio. Ma c'è forse da interrogarsi, fatto salvo l'interesse intrinseco delle opere, sull'opportunità di un'esposizione del genere, in un'epoca di dibattiti furiosi sulla movimentazione dei quadri (è di questi giorni la polemica sull'Annunciata di Antonello da Messina, che si vorrebbe portare a Milano in gita di piacere).
È infatti difficile accreditare la scientificità del progetto, che si configura più come un'operazione di marketing a tutto vantaggio della banca (perché le opere d'arte devono fare da "testimonial" di un istituto bancario?) che come un intervento "mecenatistico" a sostegno di un'iniziativa culturale. Se proprio bisognava far fare una gita sponsorizzata a questi quadri, in barba al riconosciuto principio secondo il quale sono i visitatori a dover andare incontro alle opere e non viceversa, non sarebbe stato meglio trovare una sede museale adatta alla piccola esposizione, certo non difficile da reperire nel capoluogo lombardo?

Così, con i quadri in vetrina, ulteriormente mortificati da teche in plexiglas montate su pesanti cavalletti di legno scuro in stile anni Settanta, l'operazione assume tutto il carattere di un'azione commerciale più che culturale.

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