Intervista al pittore Alberto Sughi

Angelica Chondrogiannis, Giusy Ferraina - 18.07.2005 testo grande testo normale

Tags: Alberto Sughi, creatività, arte,

È pomeriggio inoltrato, un po' emozionate veniamo ricevute nello studio del Maestro. I soffitti alti, le pareti bianche, l'arredamento essenziale, una forte sensazione di serietà e allo stesso tempo di accoglienza.

È pomeriggio inoltrato, un po' emozionate veniamo ricevute nello studio del Maestro. I soffitti alti, le pareti bianche, l'arredamento essenziale, una forte sensazione di serietà e allo stesso tempo di accoglienza. Entriamo nel suo ufficio e... Meraviglia! Sculture, tele, quadri per terra e alle pareti. Libri dappertutto! Volumi di pittura, di saggistica, di narrativa ordinati sugli scaffali e sulla scrivania. C'è anche un volume di Joseph Conrad, con introduzione di Calvino. Un piccolo gioiello. No, decisamente non era quello che ci aspettavamo, benché si potesse intuire dal percorso intrapreso da Sughi fin dagli albori. È, ad ogni modo, una bellissima sorpresa.

Il Maestro ci stringe la mano, ci fa accomodare davanti a sé. Ha quegli occhi mobili, vivaci, che non si abbassano mai, se non per inseguire un pensiero, sempre lucido, sempre intensamente analitico. Ogni sua parola è ragionata, sembra scaturire da interrogativi antichi, forse dagli stessi che si pone a monte ogni qualvolta realizza un'opera. Non risponde d'impulso, ci dice di aver bisogno di pensare. Non si può che essergliene profondamente grate. Un artista di studio e di metodo straordinari. Se dovessimo fare un paragone con il cinema, penseremmo a Rossellini.

D: Nel suo percorso pittorico Lei rimane sempre legato al figurativo, anche in un'epoca in cui la fotografia e gli allestimenti multimediali hanno sostituito la pittura tradizionalmente intesa. Cosa pensa dello stato dell'arte oggi e di queste nuove forme di creatività?
R: «Preferirei che fosse riconosciuta la mia determinazione a rimanere dalle parti della pittura e della sua storia, piuttosto che dare rilievo alla mia fedeltà al figurativo, una parola dal significato ambiguo e riduttivo. Non penso che allestimenti multimediali o quant'altro possano sostituire la pittura: sono esperienze diverse come è stato, ad esempio, il cinema rispetto al romanzo, alla pittura e al melodramma. La differenza, semmai, consiste nel fatto che il cinema ha dato l'avvio a una nuova struttura linguistica non antagonista o sostitutiva delle arti tradizionali: con il cinema, infatti, nasce la settima Arte. Oggi circolano vocaboli che non permettono di capire bene di cosa si stia parlando; incontro spesso parole, come "creatività" o "arti visive", caricate di un significato oscuro e impreciso. Si sente addirittura parlare di "cucina creativa"».

D: Nei Suoi dipinti si riscontra una certa influenza di artisti come Bacon, Degas, Lautrec, Münch. Da quali aspetti formali e contenutistici della loro pittura è stato maggiormente influenzato?
R: «I diversi riferimenti hanno subìto nel tempo un tale processo di sedimentazione che mi riesce difficile riconoscere cosa abbia avuto maggiore rilevanza nel mio lavoro. Il pittore non ha l'obbligo di rimanere fedele né di rispettare l'opera degli autori in cui riconosce qualcosa che gli serve per arrivare a sé stesso, provocando la propria originalità. Non ho nessuna difficoltà ad ammettere che amo gli artisti che avete indicato, così come - a guardar bene - si vede che alcune esperienze astratte o informali sono state da me attentamente osservate, tanto da aver lasciato più di una traccia nel mio lavoro».

D: Esiste nella Sua pittura un filo conduttore, un denominatore comune, che è la figura umana come simbolo esistenziale e sociale. La Sua ricerca all'interno della "dimensione uomo" è conclusa o ancora ci sono aspetti che non ha rappresentato o dubbi che non ha risolto?
R: «Posso solo dire che dalla pittura mi aspetto sempre qualche risposta a domande che non so articolare bene. Continuo il mio viaggio dentro la pittura, confidando che sia la pittura stessa a chiedere e rispondere».

D: I critici hanno sempre sottolineato e definito come caratteristiche della Sua arte la solitudine e la malinconia, che traspaiono dai Suoi soggetti, sensazioni rafforzate dallo stesso cromatismo. Riconosce in questa definizione un tratto della Sua poetica? E questa rappresentazione della realtà è la sintesi di una ricerca personale sul piano esistenziale, o un racconto lirico della vita?
R: «Il sentimento di malinconia e di solitudine che può trasparire attraverso un'opera d'arte, non è necessariamente la solitudine e la malinconia dell'autore. Con la mia pittura ho cercato, semmai, di conoscere meglio le contraddizioni che l'uomo ha trascinato con sé fino al massimo della sua contemporaneità; ad esempio, quanto sia difficile stabilire dei rapporti fortemente comunicativi all'interno di una società che ha fatto della comunicazione l'aspetto più quotidiano della sua identità».

D: Ha dichiarato che il fine della pittura è la rappresentazione. Cosa intende Lei esattamente per "rappresentazione"? E quale punto di vista adotta per rappresentare la realtà che la circonda?
R: «Mi sembrava di aver detto che la pittura rappresenta, non argomenta. Si argomenta per capirla, per interpretarla, per analizzarla criticamente».

D: Cos'è, secondo Lei, l'originalità? E si può parlare di originalità anche nel panorama artistico odierno o la pittura, al pari di altre forme espressive, è fatta di variazioni su un tema?
R: «Oggi l'originalità si declina secondo i dettami che la moda suggerisce, allontanandosi di fatto dal suo originario significato che esprime indipendenza rispetto alle convenzioni. La moda è l'assunto estremo della convenzione e il suo destino è solo quello di passare di moda».

D: Riguardo ai Suoi omaggi letterari alla Vita Nova di Dante, alla Operette Morali di Leopardi e ai Promessi Sposi di Manzoni, si è parlato di "translitterazione", ovvero, nel suo caso, di traduzione da un linguaggio letterario a uno figurativo. Che criteri ha usato per attuare questo adattamento? Cosa è per Lei la "fedeltà" a un'opera? E qual è il limite, se c'è, che un autore deve porsi nel reinterpretare l'opera di un altro?
R: «Se avessi pensato che per fare una serie di quadri e disegni dedicati alla Vita Nova sarei dovuto salire fino all'altitudine accademica, dove viene collocata l'opera di Dante, non avrei mai cominciato questo lavoro. No, il mio impegno è stato piuttosto quello di non allontanarmi troppo dalla mia pittura cercando, all'interno della mia ricerca, gli strumenti per offrirne una possibile lettura visiva. Partito da queste premesse, mi sono tenuto alla magia, alla bellezza, alla forza allegorica dei sonetti della Vita Nova anche se, in qualche caso, sentivo di non poterne penetrare completamente il significato. D'altra parte, non credo che si pretendesse da me - che non sono certo un dantista - l'obbligo di raccordare il mio lavoro di pittore all'enorme, e pur sempre incompiuta, esegesi critica sulle opere di Dante».

D: Con il dipinto Teatro d'Italia, Lei ha trattato il tema del potere. Come rappresenterebbe l'Italia di oggi?
R: «Ho dipinto il Teatro nel 1983 e, per qualche verso, ho fatto il ritratto di una realtà che sarebbe venuta alla luce 10 anni dopo. C'è chi dice che l'artista sia una specie di rabdomante che prefigura il futuro. Non lo so e non ci credo molto. Credo, invece, che l'esercizio della pittura serva per conoscere meglio, fino a capire come la realtà possa essere diversa da come l'avevamo immaginata. Mi sembra di averlo già detto: è la pittura stessa a porci delle domande e a offrirci delle risposte».

Note Biografiche e critiche su Alberto Sughi
Alberto Sughi nasce a Cesena il 5 ottobre del 1928. Dopo i suoi studi classici, preziosa è stata la vicinanza dello zio pittore. Egli stesso racconta: "Il mio incontro con l'arte è stato senza dubbio favorito dalla presenza di uno zio pittore e dalla passione di mia madre (…)ho cominciato a disegnare all'età di sei anni e non ho più smesso Il suo debutto è in una collettiva del 1946 a Cesena: al pubblico si svela il talento di un ragazzo, che esploderà poi nel decennio seguente in uno stile lucido e obiettivo. La sua pittura ha un linguaggio autonomo, che si nutre di svariati elementi artistici del passato, rielaborati in modo originale, e che trova ispirazione dalla vita metropolitana. Il tratto realistico caratterizza le sue opere, sia quando si parla di "realismo sociale" che di "realismo esistenziale", coinvolgendo l'uomo in tutte le sue dimensioni interiori. La sua rappresentazione riesce a cogliere le note più intime della vita, instaurando con l'astante un colloquio attivo, una partecipazione diretta, emotiva e psicologicaBR>La vita del pittore scorre, intanto, tra Cesena, Roma e la sua casa in campagna di Carpineta in Romagna, e ogni periodo è segnato da una nuova ricerca: negli anni '70 inizia a lavorare al ciclo de "La cena", un'evidente metafora della società borghese; gli anni '80 sono dedicati all"Immaginazione e memoria della famiglia", e di questo periodo è il trittico "Teatro d'Italia" che ..presenta o, se si vuole, elenca i personaggi della nostra commedia"; mentre gli anni '90 sono dedicati alla solitudine urbana o, come la definisce Giorgio Soavi, alla "solitudine pubblica". La sua pittura ispirata dal mondo diviene simbolo di un'epoca e della condizione umana, tanto che Ettore Scola sceglie come manifesto del suo film "La terrazza", uno dei dipinti della "Cena", e Mario Monicelli si ispira alle atmosfere e ai colori di Sughi per "Un borghese piccolo piccolo".

Nel 2000 Sughi riceve il premioMichelangelo, Pittura, Roma. Un premio che sottolinea l'interesso vivo nei confronti di quest'artista sia in Italia che all'estero, dove Sughi ha testimoniato con molte mostre la situazione dell'arte italiana, un universo a cui è profondamente e fedelmente legato.

«Il lavoro del pittore non finisce col suo quadro: finisce negli occhi di chi lo guarda»

Alberto Sughi



Whipart ringrazia Alberto Sughi e la sua assistente Shirley Babashoff per la loro disponibilità. Conoscere il Maestro e poter parlare con lui è stato per noi, sia intellettualmente che umanamente, un vero piacere.

L'immagine del dipinto Dante condotto da Virgilio scende all'inferno, Olio su tela, 90x90, è stato preso dal sito della Pinacoteca dantesca Fortunato Bellonzi, all'indirizzo http://aevo.homeunix.org/bellonzi/.

Tutti gli altri dipinti presenti nell'intervista sono stati gentilmente concessi dal sito www.albertosughi.com.



Immagini
1. Alberto Sughi in una fotografia del 1994
2. Interno di camera, Olio e tempera tela, 140x170cm, 1961
3. Andare dove, Olio su tela, 140x140cm, 1991
4. Naufragio, Acrilico su tela, 70x80cm, 1970
5. Rappresentare l'Italia, Olio su tela, 120x80cm, 1958
6. Dante condotto da Virgilio scende all'inferno, Olio su tela, 90x90
7. Teatro d'Italia, Olio su tela, 250x360cm, 1984



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