GRILLO PARLANTE di Armando Ginesi – Il rigorismo (ma anche il calore) delle forme primarie di Rodolfo Mogetta

Armando Ginesi - 01.12.2014 testo grande testo normale

Tags: GRILLO PARLANTE, armando ginesi, rodolfo mogetta, castello del cassero

Si terrà dal 27 dicembre 2014 al 6 gennaio 2015 presso il Castello del Cassero (Camerata Picena) la personale di Rodolfo Mogetta.

Io credo che tutto muova da Piet Mondrian, dal suo rigorissimo De Stijl (primo ventennio del XX secolo), dalla sua più che severa semplificazione formale, dal suo rifiuto di ogni tentazione mimetica del reale, dal suo riduzionismo all'essenzialità morfologica e cromatica. Senza questa volontà del Neoplasticismo di abbandonare ogni ipotesi di arte come desiderio di rappresentazione del vero a vantaggio della ricerca dell'essenza di ciò che sta oltre l'apparenza fenomenica, dell'indagine delle strutture portanti del reale e, quindi, di ricorso agli archetipi geometrici primari e immutabili, non ci sarebbe stato quello sviluppo dell'espressività la quale, potenziando la dimensione concettuale dell'operare artistico, ha prodotto esperienze astratte come il minimalismo. Che fu una tendenza (detta anche Minimal Art) fiorita nel decennio Sessanta del secolo scorso, derivata sostanzialmente dal pensiero di colui che ne coniò il nome, ovverosia il filosofo inglese Richard Wollehim, espresso in un articolo pubblicato nel periodico Arts Magazine. Un pensiero condensabile in questi termini: antiespressività, impersonalità, soppressione emozionale, ricerca e proposta delle strutture geometriche elementari.

Lo sviluppo industriale succeduto alle attività artigianali, l'esecuzione sottratta alla manualità dell'uomo e affidata alla più assoluta precisione (una sorta di ne varietur di sapore platonico) del mezzo meccanico, hanno favorito l'espandersi di questa tendenza astratta la quale è ricorsa, quasi sempre, (soprattutto nella versione plastica) a materiali anch'essi propri degli ambiti della produzione industriale. Questa premessa mi è sembrata doverosa per accedere ad una analisi delle opere di Rodolfo Mogetta, realizzate in lamiera di acciaio corten mediante l'uso di una tecnologia avanzata come il taglio laser, la prospettiva 3D computerizzata e le saldature al TIG, che consente , come risultato, una perfezione formale degli elementi geometrici assunti dall'autore a caposaldo del suo linguaggio inventivo.

Gli scendenti diretti e indiretti del suo essenziale e preciso dire plastico sono tanti e di diversa estrazione geografica e culturale, dal pittore francese Yves Klein (Nouveau Realisme) , al pittore polacco Roman Opalka, a quello tedesco Blinky Palermo (pseudonimo di Peter Schwarze), allo scultore tedesco Ulrich Ruckriem, agli italiani Piero Manzoni, Sergio Lombardo, Giulio Paolini, Enrico Castellani. Ma io credo che l'ispiratore più proprio di Mogetta vada individuato in Bruno Munari, eclettico genio leonardesco della modernità, al cui perfettismo io ricondurrei la sua ricerca di essenzialità archetipica. Addirittura espressa con ancor più rigore formale del Maestro suggeritore, con un esito di maggiore essenzialità, liberando le forme da certe modalità architettoniche complesse che Munari ha utilizzato nella sua molteplice produzione di design, quale costruttore di "oggetti" dalle forme primarie.
Il rigorismo di Moggetta, inoltre, non solo traduce tridimensionalmente quelle purezza ed essenzialità della pittura mondrianiana, ma riesce eccezionalmente a rintracciare, nella dimensione primaria, un senso intrinseco di eleganza (ciò non sarebbe piaciuto a Mondrian perché avrebbe ridotto l'impersonalità e la glacialità dello Stile inquinandolo con un alito di sentimento) che sembra derivargli dalla purezza morfologica degli scultori Hans Arp (francese) e Carmelo Cappello (italiano), dietro i quali si intravvedono certe opere di un gigante come lo scultore rumeno Constatin Brancusi). Infatti, il nostro artista-designer ricorre sovente all'uso della linea curva, sempre còlta nella sua essenzialità massima, tuttavia traduzione visiva di una condizione sentimentale. Rifugio concesso dalla ragione all'emozione, come era già accaduto, del resto, a Munari con la sua esaltazione continua – sia teorica che pratica - del pensiero fantastico.

Il motivo? Io credo che sia l'incapacità (o, per meglio dire, la non volontà) di rinunciare totalmente e calvinisticamente a concepire l'univocità dell'uomo così com'egli è, diviso in due sfere, di cui una è appannaggio della razionalità e l'altra è dominio del sentimento. Sicché pur sedotto dalla prima (la ragione, la geometria, il calcolo, la produzione industriale, la tecnologia avanzata) Mogetta (come aveva fatto Theo Van Doesburg contravvenendo alla ferrea disciplina canonica del De Stijl, introducendo nei suoi dipinti quella linea diagonale che fece infuriare Mondrian, in quanto ritenuta corruttrice del principio dell'assoluta impersonalità dello Stile perché veicolo di empiti emozionali : la qual cosa costò la rottura del sodalizio fra i due e la cacciata dal gruppo) ricorre alla linea curva, da una parte, e all'ossidazione dell'acciaio dall'altra, ottenendo l'inserimento, in alcune sue opere, di valenze liriche, come sono, quando l'ossidazione muta con il tempo, la parziale devianza dall'imperturbabilità e dall'unicità formale eterna (dal ne varietur platonico cui si è fatto cenno sopra), dell'archetipo. Insomma Rodolfo Mogetta, pur amando il rigorismo razionale e freddo, non rinuncia del tutto al calore emotivo; pur prediligendo l'hard non rigetta il soft, nella consapevolezza che le sue bellissime opere sono destinate a fruitori che sono uomini fatti di carne e di sangue e non a meccanici robot.



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